Karenina: Il peso dell’indipendenza

12 trasposizioni cinematografiche senza contare quelle del piccolo schermo, oltre a innumerevoli adattamenti teatrali e radiofonici per un unico capolavoro partorito dalla penna di Lev Tolstoj.

Siamo nel 1877 quando Anna Karenina esce a puntate – come altri capolavori di quel periodo, tra cui Delitto e Castigo di F. Dostoevskij - sul periodico russo Ruskii Vestnik.

Nelle sue pagine prende vita l’eterno conflitto tra essere e apparire, tra l’ipocrisia farisaica di una società miope e la tragica libertà di chi non si vuole arrendere, costi quel che costi.

La storia è semplice: una donna, sposata con un alto funzionario dal quale ha una figlia, nonostante l’alto posizionamento sociale si sente soffocata e imprigionata in una vita che non le appartiene.
La conoscenza con un giovane ufficiale pone le condizioni per il tradimento, che all’inizio viene accolto con entusiasmo per poi dimostrarsi mortifero, portando l’infelice protagonista a scontrarsi con il perbenismo di un’epoca che la conduce all’ultima via d’uscita: il tragico suicidio sotto un treno.

kerenina

Anna Karenina mette in scena per prima il dramma del conflitto tra identità e maschera (tema sviluppato successivamente da Pirandello), illuminando con un commovente raggio di luce le estreme conseguenze di questo atto di libertà. Karenina è il simbolo di un’indipendenza virile, incarnata dalla delicatezza di una donna “dagli occhi tristi”.

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In questo conflitto tra maschile e femminile si inserisce la nuova nata in casa Elav, che come avrete capito è stata battezzata con il nome della protagonista del romanzo di Tolstoj, appunto “Karenina”.

Dopo i tormentosi conflitti della Raskolnikov, in un equilibrio impossibile tra sale, luppolo e lampone, ci siamo inoltrati nella fredda notte di Karenina.

Un treno in lontananza fischia, la neve taglia il viso, gli occhi fieri sono puntati verso l’orizzonte. Non sono occhi vuoti. Sono occhi che sanno, che hanno visto. Occhi che cercano. Che cercano una redenzione, che bramano una realizzazione, che hanno fame di verità. Hanno sete di libertà. Il gusto è pieno, caldo, intenso, avvolgente. Il corpo quello nero di una Imperial Stout, ma i lieviti belga e i chiodi di garofano aggiungono scintille di rovente brace invernale, indispensabili per ridare calore e forza. E poi ci sono le more. Le more, che suggellano questo patto d’onore, questo paradossale sì alla vita, questo superamento incondizionato dello status quo, questo focolare caldo nel cuore della tundra innevata.

Sotto lo sguardo truce di Tolstoj, che campeggia austero sull’etichetta, facciamoci vicini e gustiamoci le suggestioni di Karenina… ma possibilmente lontani dai binari!

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Tags: Chiacchiere di Birra